
Nella sua serie di opere Paisajes l’artista peruviana Cecilia Paredes usa le tecniche del body painting e della fotografia per trattenere il corpo della donna in un limbo floreale in costante mutamento.
«Avvolgo, copro o dipingo il mio corpo con lo stesso motivo del materiale e mi rappresento come parte di questo paesaggio» spiega Paredes. «Attraverso questo atto, lavoro sul tema della mia identificazione con l’ambiente circostante o con la parte del mondo in cui vivo o dove sento di potermi sentire a casa.» Nell’opera la donna è integrata in uno sfondo zoomorfo eppure ne distinguiamo i contorni umani. La ricerca dell’identità ha così a che fare con una continua trasformazione e ogni fotografia è l’istantanea di uno stato transitorio.
Da sempre l’arte cerca di rappresentare quello che la mente intuisce: anche se l’economia capitalista ci ha abituati a ragionare per obiettivi la verità è che siamo tutti immersi in uno stato di transizione costante. Il nostro organismo si trasforma ogni giorno, le cellule del nostro intestino si rinnovano ogni tre o cinque giorni, quelle della nostra pelle ogni due settimane. Secondo la scienza moderna la nascita stessa della vita è un fenomeno emergente e ha a che fare con il concetto di soglia. La vita non sarebbe comparsa all’improvviso, ma come esito di processi fisici e chimici guidati da gradienti di energia. La teoria di Jeremy England, nota come Dissipation-driven adaptation, suggerisce che la vita potrebbe essere apparsa come un sottoprodotto naturale della maniera in cui i sistemi tendono a dissipare energia nel modo più efficiente. In pratica, insiemi di molecole in grado di assorbire e disperdere energia termica dal contesto circostante avrebbero avuto maggiori probabilità di sopravvivere e di replicarsi, portando alla comparsa di configurazioni più complesse.
Nelle condizioni primordiali, tuttavia, le molecole non erano completamente incapaci di interagire: esistevano già reazioni chimiche spontanee, ma mancava un’organizzazione stabile e duratura. Il sistema era quindi aperto e altamente disordinato. Solo con l’emergere di cicli di reazioni interconnesse si iniziò a osservare una transizione verso forme di organizzazione più coerenti, fino alla formazione di strutture delimitate come le protocellule. Una protocellula è un sistema che separa il proprio interno dall’esterno e avvia dinamiche evolutive.
In termini più semplici, non esiste una linea di demarcazione tra non-vita e vita ma piuttosto una soglia oltre la quale nascono cicli chiusi, stabilità organizzativa e capacità di evoluzione.
Forse è anche per questo che l’essere umano ha bisogno di figurarsi un transito simbolico dalla vita alla morte. Gli antichi egizi scrissero Il libro dei morti come guida per garantire al defunto una transizione sicura verso l’aldilà. Le pratiche descritte dovevano assicurare la vita eterna, ed è curioso che il titolo del testo funerario significhi letteralmente: Libro per uscire al giorno.
Riti, tradizioni e credenze per accompagnare il defunto oltre la vita che conosciamo, ma che diventano parte integrante dei gesti e del pensiero di chi resta. Il lutto è una fase trasformativa, un processo di riadattamento in cui il dolore della perdita diventa gradualmente memoria. Può significare la rottura di un equilibrio e così una ricostruzione, un cambiamento della percezione del tempo, e di sé stessi. I tratti decisi che contenevano e definivano un’esistenza possono improvvisamente sbiadire, diventare permeabili all’irrazionale, accogliere il magico. Joan Didion ha lasciato pagine incisive sul periodo che seguì la morte del marito John Gregory Dunne, un evento che trascinò la scrittrice in un limbo in cui la gestione del dolore fu accompagnata da un profondo mutamento del modo di pensare:
Questo è il mio tentativo di raccapezzarmi nel periodo che seguì, settimane e poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa.
(L’anno del pensiero magico, Joan Didion)
E il pensiero accetta l’assurdo, il superstizioso: l’assenza del marito diventa una presenza magica che attraversa il concreto, il logico, il razionale, facendolo vacillare. Joan Didion racconta di esitare di fronte all’autorizzazione dell’autopsia e di rifiutarsi di dare via le sue scarpe nella speranza di un ritorno; crede che l’evento sia in qualche modo reversibile. Lo choc della perdita può essere «obliterante, disarticolante per il corpo e per la mente» e mentre il pensiero si rifugia nel magico, la percezione di sé si interrompe, come se senza gli occhi di chi non c’è più si smettesse temporaneamente di esistere:
Le persone che hanno perso qualcuno da poco hanno sul viso una certa espressione, forse riconoscibile solo da coloro che hanno visto quell’espressione sul proprio. Io l’ho notata sul mio e ora la noto sugli altri. È un’espressione di estrema vulnerabilità, nudità, trasparenza. È l’espressione di uno che dall’ambulatorio dell’oculista esce con le pupille dilatate nell’abbacinante luce del giorno, o di uno che porta gli occhiali e che improvvisamente è costretto a toglierseli. Queste persone che hanno perso qualcuno sembrano nude perché si credono invisibili. Io stessa per un certo lasso di tempo mi sentii invisibile, incorporea. Mi pareva di aver attraversato uno di quei fiumi leggendari che dividono i vivi dai morti, di essere entrata in un luogo dove potevo essere vista solo da coloro che avevano anch’essi subito una perdita recente.
(L’anno del pensiero magico, Joan Didion)
Tutta la nostra vita è puntellata da fasi trasformative, in ogni secondo, ogni respiro. E certamente lo è anche quando scriviamo. Man mano che uno scrittore progredisce nella pratica quotidiana l’uso che fa della lingua e dello stile possono cambiare, come anche le intenzioni comunicative o il tema stesso del romanzo. Se facciamo un passo in avanti e andiamo a sbirciare nella pagina del nostro autore, come si susseguono le frasi e i paragrafi uno dopo l’altro, queste riflessioni, come è ovvio, ci portano alla spinosa questione di come passare da una scena all’altra senza dare al lettore la sensazione di avere in mano i resti di un ingenuo taglia e cuci.
Tra gli appunti e le dichiarazioni degli allievi di Gordon Lish – che non fu solo l’editor di Carver o colui che fece e disfece la sua carriera, ma anche mentore di Richard Ford, Grace Paley, Amy Hempel, T.C. Boyle, David Leavitt, direttore editoriale della Knopf, fondatore di diverse riviste e docente di numerosi e interminabili seminari e corsi di scrittura – ritorna spesso il concetto di «consecution»e cioè un processo che consiste «nell’andare avanti, guardando indietro», in altre parole progredire nella scrittura facendo dipendere ogni frase da quella che precede, estrapolare qualcosa e svilupparlo sul piano tematico, strutturale o sonoro. In quest’ottica la frase iniziale, «the attack sentence», dovrebbe contenere il seme degli elementi principali di tutta la narrazione.
You must write with consecution, so that each sentence follows naturally from each preceding sentence, but the range of what constitutes consecution is broad. You want to swerve and torque, going forwards by looking backwards.
(The Gordon Lish Notes, Tetman Callis)
La consecuzione si basa principalmente sulla ripetizione del materiale narrativo. A livello di frasi o paragrafi, ad esempio, si può usare la tautologia o l’anadiplosi, introducendo leggere variazioni per ampliare un concetto; oppure, a livello più profondo e unitario, creare un effetto di rifrazione della trama principale nelle trame secondarie costruendo parallelismi tematici; o ancora, giocare con la polisemia di un’immagine rivelando nella storia i suoi diversi significati metaforici. Echi, rimandi e allusioni che fungono da punti di transizione da una linea narrativa all’altra e che insieme intrecciano un insieme di relazioni, e restituiscono il contenuto della storia. Transizioni che a quel punto sono inseparabili e indistinguibili dai nuclei narrativi che tengono uniti.
Il diffuso sentimento di crisi che adombra quasi contagiosamente diversi aspetti del mondo attuale sembra averci convinti che siamo prossimi a una fine, quanto meno quella del genere umano. Persino il termine stesso di crisi ha perso la luce del suo significato originale, che indicava un momento di scelta, una fase decisiva e che suggeriva l’opportunità di un cambiamento e di un’evoluzione. Viene allora da chiedersi se siamo davvero a un passo dalla nostra estinzione o se invece siamo inglobati in un processo di metamorfosi, come crisalidi ignare della specie finale verso cui stiamo tendendo. È piuttosto innegabile che siamo esposti a dei gravi pericoli, ma la paura della fine potrebbe anche essere sintomatica di un prossimo grande mutamento. Siamo alle soglie di una nuova dimensione?
In un’intervista William S. Burroughs esprime la sua idea riguardo all’evoluzione portando l’attenzione sul sogno, non come fuga dalla realtà ma come vitale strumento conoscitivo: una zona di transizione dove le identità si dissolvono, le leggi sono sospese, e germinano nuove visioni del mondo:
Formulo la teoria che noi non siamo biologicamente destinati a rimanere nel nostro stadio attuale più di quanto il bruco fosse destinato a rimanere tale. La specie umana è in uno stadio di neotenia. Si tratta di un termine biologico usato per descrivere un organo che è relegato in quello che normalmente sarebbe uno stadio larvale o di transizione. Questo è molto importante; l’evoluzione è una strada a senso unico: una volta perse le tue branchie, non potrai mai più riaverle indietro. In qualunque modo avvenga la mutazione, è irreversibile. Ora, se consideri queste tappe evolutive, ne ricavi l’impressione che una creatura sia fregata. Per esempio, con riferimento al pesce, perdere le branchie è stato un passo involontario. Non direi in avanti, ma è un passo: cercando l’acqua, ha trovato l’aria. Forse gli esseri umani faranno il loro prossimo passo nello stesso modo; l’astronauta non sta davvero cercando più spazio, sta solo cercando più tempo per fare esattamente le stesse cose. Il programma spaziale è solo un tentativo di trasportare tutti i nostri problemi insolubili da qualche altra parte. In ogni caso, come è accaduto al pesce che cammina, cercando più tempo può invece trovare più spazio, e scoprire poi che non si può tornare indietro. Una tappa evolutiva di questo tipo implica cambiamenti che sono virtualmente inconcepibili dal nostro punto di vista attuale. Il programma spaziale è come un pesce in un acquario: ha tutto ciò di cui ha bisogno. Pur ritenendo che lasciare il pianeta sia una conquista incredibile, penso ci siano molte cose da considerare. Una delle più importanti è il peso: l’umanoide pesa circa settantasette chili. Devono incapsulare l’intero ambiente e trasportare l’ambiente con tutto il suo peso. Abbiamo una modalità molto più leggera, cioè il corpo astrale o onirico. Questo modello ci fornisce un’idea in merito alla mutazione. Io credo che i sogni ci permettano di comprendere l’esplorazione spaziale. Di recente, alcune ricerche hanno stabilito che i sogni sono una necessità biologica. Si può stabilire quando un animale o una persona sta sognando in base alle sue onde cerebrali. Se si sveglia un animale ogni volta che comincia a sognare, indipendentemente da quanto sonno privo di sogni abbia avuto, andrà in coma e morirà. Sono stati condotti esperimenti simili sulle persone. I sogni sono un legame vitale con il nostro destino biologico e spirituale nello spazio.
(Interviste, William S. Burroughs)
Possiamo appendere le nostre ipotesi al punto di domanda, o colmare l’attesa sperimentando una delle prime metamorfosi rivoluzionarie possibili, quella della poesia: cambiare il nome alle cose, o provare a dare un nome a quello che ancora non conosciamo.
CONSIGLI DI LETTURA

Titolo: Lucy in the sky | Autore: Pete Fromm | Pagine: 452 |
Keller Editore, 2023
Tradotto da Ivan Pagliaro
Lucy attraversa quel periodo che è vicino tanto ai giochi dell’infanzia quanto ai primi baci. E mentre il suo corpo cambia forma, attorno a lei le cose mutano, o forse è lei che comincia a osservarle con occhi diversi.

Titolo: Le transizioni | Autore: Pajtim Statovci | Pagine: 237 |
Sellerio, 2020
Tradotto da Nicola Rainò
«Sono un ragazzo di ventidue anni, che a volte si comporta come immagina facciano gli uomini, potrei chiamarmi Anton o Adam o Gideon, il nome che di volta in volta suona meglio, e sono francese o tedesco o greco, ma albanese mai, e cammino esattamente come mi ha insegnato mio padre, a passi larghi e cadenzati, so bene come tenere alti petto e spalle, la mascella serrata a garantire che nessuno invada il mio territorio. E in momenti come questo la donna che è in me arde sul rogo».
Bujar inventa continuamente sé stesso, mentre transita per l’Europa per perdere le proprie tracce, finché non trova il suo modo di stare al mondo, libero da ogni categoria.
